| |
recensioni
Le nostre recensioni:
Pagina in costruzione!!tra pochi giorni saranno on line i nuovi contenuti di Romateatro.com!! ___________________
 "Il pifferaio di Hamelin" al Teatro Verde
“Il
Pifferaio di Hamelin” è uno degli spettacoli storici del teatro Verde,
un successo che attraversato l’Italia con più di 400 repliche. E’ anche
lo spettacolo cui Veronica Olmi (che ha curato la regia) e Andrea
Calabretta (autore dei testi) sono maggiormente affezionati perché
ricorda loro gli inizi della grande avventura nell’affascinante (ma
esigente) mondo del teatro per ragazzi.
Bisogna dire che lo
spettacolo è pressochè perfetto perché unisce l’originalità della
storia con una recitazione di elevato livello da parte dei tre
bravissimi attori (Andrea Calabretta, Daniele Miglio, Gabriele
Tuccimei) oltre ad un sapiente uso del teatro di figura (letteralmente
meravigliosi i topi animati da Veronica Olmi). Le musiche originali, di
una gradevole atmosfera leggermente rock, danno corpo e movimento
all’intera rappresentazione suscitando l’entusiasmo di grandi e piccini. Suggestiva
la scenografia costituita da frequentissimi cambi di scena che mettono
in evidenza la straordinaria abilità degli attori (l’alce e il gallo
che si muovono all’interno di un quadro appeso nelle mura del castello,
costituiscono un eccentrico pretesto narrativo) così come l’alternarsi
di giocolerie, burattini, trampolieri e mangiafuoco appaiono
assolutamente inseriti nel tessuto narrativo.
Il messaggio è
universale: non si può vivere senza i bambini, senza la loro allegria,
la loro creatività, la loro contaminante voglia di essere felici. Non
si può vivere anche senza i loro difetti, il loro disordine, la loro
imprevedibilità. Hamelin è il prototipo della metropoli moderna dove
gli adulti vivono in un complicato contesto sociale che ruota intorno
ai soldi ed alla soddisfazione personale, in cui si vive solo per
lavorare e si lavora esclusivamente per (sopra)vvivere. Questo
equilibrio artificiale si spezza ogni giorno nel momento in cui
sopraggiunge un imprevisto di qualsiasi natura: l’invasione dei topi
nel testo di Calabretta è la metafora delle catastrofi che a tutti i
livelli circondano la nostra esistenza mettendoci costantemente in
crisi. Da tutto questo devono rimanere fuori i bambini! se noi adulti
non siamo (più) capaci di recuperare la nostra infanzia e di trarne un
utile insegnamento per una serena esistenza, cerchiamo almeno di
preservare i nostri figli dalle angosce (il più delle volte risolvibili
o affrontabili in modo diverso) di cui siamo vittime consapevoli e di
danzare con loro. Non aspettiamo che giunga un pifferaio a risolvere i
nostri problemi (avidi borgomastri e mogli esasperate che non siamo
altro!)…perché i topi, in realtà, sono sfaticati e non fanno mica tanta
paura.

Un curioso accidente, Mario Scaccia al Valle Con Mario Scaccia, Debora Caprioglio. Al Teatro Valle.
di Paolo Vanacore
In
occasione delle imminenti celebrazioni goldoniane del 2007 per il
trecentenario della nascita del grande drammaturgo, nonché profondo
rinnovatore del teatro italiano, va in scena al Teatro Valle la prima
nazionale di “Un curioso accidente”, una delle opere meno rappresentate
di Goldoni che da molto tempo mancava sui nostri palcoscenici e che
oggi ci viene restituita attraverso l’arte sapiente del grande Mario
Scaccia. Tra l’altro si tratta di una scelta assolutamente non casuale
visto che proprio Scaccia è stato uno dei più autorevoli interpreti e
conoscitori dell’autore veneziano. Lo stesso Goldoni, come ricorda
nei Mémoires, si dichiarava molto affezionato a questa sua creazione
considerandola uno dei suoi lavori preferiti. Il motivo per cui tale
opera non ha suscitato l’interesse dei registi, secondo lo storico del
teatro Giovanni Antonucci, deriva dall’abilità con la quale si deve
necessariamente rappresentare l’intreccio, da una richiesta scaltrezza
nei dialoghi che devono essere affidati ad una “teatralità pura”. Per
questo motivo assume rilievo e spessore la messa in scena odierna della
Compagnia Molière nella quale l’affiatamento, la tecnica, l’energia che
traspare sono l’elemento caratterizzante dello spettacolo. Il quadro
attoriale d’insieme, infatti, rende bene la commedia, merito anche
della regia di Arena. Ad ogni modo tutti gli attori, presi
singolarmente, sono risultati all’altezza del compito delicato che è
stato affidato loro; presi per mano da un insuperabile e dinamico Mario
Scaccia nella parte del commerciante Monsieur Filiberto, sono riusciti
a rendere credibile e gradevole ognuno il proprio personaggio. E’ il
caso di una simpaticissima Debora Caprioglio, nei panni di Giannina, e
di un ironico Rosario Coppolino, il suo innamorato Monsieur de la
Cotterie e poi via via tutti gli altri, fino all’esperto Edoardo Sala,
un divertente Monsieur Riccardo, e la bravissima Consuelo Ferrara nella
parte di Marianna. Molto belle le scene di Andrea Bianchi e Laura
Forlani, ed i costumi di Antonia Petrocelli che riempiono di colore e
allegria la scena. Prima dell’inizio dello spettacolo è stato
proiettato il video “I Mémoires di Scaccia – Frammenti di una carriera
goldoniana” che celebra il Maestro Mario Scaccia attraverso il racconto
della propria vita artistica sui palcoscenici nazionali ed
internazionali, ed il suo rapporto con i personaggi goldoniani. Un
susseguirsi di immagini, ricordi, aneddoti che risvegliano la memoria
di chi ha avuto la fortuna di vivere quegli anni e toccano l’anima dei
più giovani che, grazie all’inossidabilità di Scaccia, prendono
coscienza del dono esclusivo che oggi hanno ricevuto avendo la
possibilità di ammirare il grande maestro all’opera sul palcoscenico.
 "Mishelle di sant'oliva", l'opera cult di Emma Dante Con Giorgio Li Bassi e Francesco Guida. Teatro Vascello. Di Mauro Orrico Chiusi nel loro appartamento palermitano , vicino a Sant'Oliva, la piazza delle buttane,
un padre e un figlio aspettano il ritorno di Mishelle, moglie e madre,
ex prima ballerina dell'Olympia di Parigi, donna francese di vita. Da
anni i due uomini si parlano, senza mai guardarsi in faccia. Persi nel
ricordo della donna che li ha abbandonati fuggendo via e lasciandoli
alle loro debolezze, cercano di emularne i gesti e rievocarne gli
attteggiamenti. In sua assenza, Salvatore tenta di assumerne le
sembianze, rifugiandosi in una identità femminile che sfoggia e vende
insieme al suo corpo di notte, per le strade di Palermo. Gaetano, il
padre gli volta le spalle in segno di disprezzo: per lui è l'onta
famigliare di cui prova vergogna, ma di cui sa che non potrebbe viver
senza. E' un vecchio che vive di ricordi, rievoca goffamente i passi di
ballo della sua donna ormai per sempre lontana, beve grottescamnete da
un biberon. Salvatore appare cinico, ride e sbeffeggia i rimpianti
paterni, ma in realtà cerca a suo modo solo l'affetto e la comprensione
del padre. E poi gesti, sguardi, parole, richiami allusivi: Salvatore
esibisce pose seduttive nei confronti del padre che non rifiuta e il
bacio filiale appare un surrogato di passioni perdute. Mishelle di
sant'oliva, uno spettacolo cult della regista, attrice e drammaturga
Emma Dante, è un testo amaro e divertente, malinconico e coraggioso.
Scritto in dialetto strettissimo è la storia di un abbandono e di un
rapporto ispido, conflittuale, talvolta ambiguo. Un testo denso e
toccante, sospeso tra arcani e oscuri pregiudizi di un sud repressivo,
grezzo, perbenista. E' il sotto proletraiato che Emma Dante racconta
anche attraverso i movimenti e i corpi degli attori: quello rigido e
ormai anziano del padre e quello grasso di Salvatore, in contrasto con
il modello di bellezza della madre ed esibito con apparente
disinvoltura, ma in realtà goffo e carico, come l'anima dei due
protagonisti, di dolore e solitudine. A pochi giorni dalla
presentazione di "Cani di brancata", al Teatro Palladium per il Roma
Europa Festival, un'altra grande prova drammaturgica per Emma Dante che
ancora una volta conferma il suo raro talento in un panorama teatrale
italiano che oggi la vede tra gli indiscussi e più interessanti
protagonisti. Superba l'interpretazione dei due attori Giorgio Li Bassi e Francesco Guida.
La bella addormentata nel bosco, al Teatro Verde Di Paolo Vanacore
Come
in tutte le magie che si rispettino anche questa volta la Compagnia del
Teatro Verde ha tirato fuori dal cilindro un meraviglioso regalo di
Natale per i piccoli bambini romani che finora hanno risposto con
entusiasmo e partecipazione alle numerose proposte del ricco cartellone
2006-07 che celebra il ventennale dello storico teatro per ragazzi
della capitale. La bella addormentata nel bosco è un classico
della letteratura favolistica che però prende nuova vita e vigore in
questo riuscitissimo adattamento di Andrea Calabretta. Le scene di
Fiammetta Mandic sono davvero originali; una magica e suggestiva
atmosfera dà inizio allo spettacolo: il grande volto di una donna
dormiente prende vita diventando di volta in volta un bosco, la torre
di un castello, una strada, un albero, un prato. I bambini sanno che a
breve vivranno un avventura vera, ma soprattutto un’avventura dal vivo,
a dispetto della finzione dilagante e narcotizzante dei (troppi)
cartoni che si vedono in tv. Si tratta di una scoperta senz’altro
banale, ma al mondo delle immagini e della tecnologia è necessario
contrapporre l’arte più antica e nobile: il teatro. E’ importante
affascinare i più piccoli giocando a recitare, guardando la fiaba che
prende corpo dinanzi ai loro occhi. Come togliere loro la possibilità
di emozionarsi per qualcosa che sta succedendo in quell’esatto momento?
Attraverso questo ed altri gradevolissimi spettacoli del Teatro Verde è
possibile vivere un’esperienza esclusiva, l’unica in grado di
restituire ai bambini il ruolo che gli spetta, quello degli incantati,
spodestandoli dal diseducativo potere casalingo di riavvolgere il
nastro del VHS o far ripartire all’infinito un DVD. Tale passività,
oltre a far male, prima o poi stanca e talvolta li spinge (per fortuna)
a passare ad altro. La storia la conosciamo tutti: nella bella
addormentata nel bosco, Perrault non manca di rivolgere metafore e
allusioni al mondo dei grandi, mentre in questa messa in scena la fiaba
torna a misura di bambino; sono loro, infatti, a partecipare
attivamente alla ricerca della principessa. Le avventure di Zero, lo
scudiero che da narratore diventa protagonista della vicenda, sono
interpretate dallo stesso Calabretta che con il suo straordinario
talento sa tendere la mano ai bimbi accompagnandoli nel mondo della
fantasia, dove tutto, proprio tutto può accadere. Un mondo dove le
piante parlano (bravissima Vittoria Rossi nella triplice parte di
Flora, Fauna e Serena), dove le galline fanno “Miao” dove le porte si
aprono ed il coraggio di aprirle viene premiato, dove gli alberi ti
indicano la strada, dove basta soffiare per parlare con un principe. Il
mix di pupazzi, burattini, ombre ed attori permette all’azione di
essere dinamica, di portare in scena il viaggio e la contemporaneità
dei personaggi. I commenti musicali di Enrico Biciocchi sono
perfettamente integrati nella messa in scena dando l’impressione di
essere nati insieme alla fiaba. La cattiva, come sempre, è una strega
vestita di nero con un corvo appollaiato su un braccio (molto
divertente la caratterizzazione di Daniele Miglio, bravo anche nella
parte del principe vanesio) che, a dir la verità, fa un po’
tenerezza…in fondo la strega diventa cattiva solo perché non è stata
invitata ad una festa, perché è stata esclusa. Ma c’è sempre un
rimedio: la replica di venerdì 15 dicembre, infatti, è stata destinata
ad alcuni di noi che sono esclusi per davvero da una vita dignitosa,
civile; coloro ai quali anche i bisogni primari vengono negati: i
bambini del Ruanda e le loro mamme. Chi è venuto al Teatro Verde ha
fatto molto di più che invitare simbolicamente questi fratelli meno
fortunati ad una festa: ha raccolto per loro più di 3.000 euro che
saranno destinati al completamento del Centro di Formazione
Professionale del villaggio di Gisenyi . Non la solita solidarietà. Lo spettacolo resta in scena fino al 23 Dicembre.
  "Novembre" di Flaubert, Coltorti a Stanze Segrete Con Ennio Coltorti, Cloris Brosca, Valerio Morigi. Adattamento e regia di Ennio Coltorti. Di Paolo Vanacore
Efficace
e suggestivo l’adattamento teatrale che Coltorti ha realizzato da un
racconto giovanile di Flaubert, attraverso il quale si cominciano ad
intravedere gli elementi che hanno caratterizzato gran parte delle sue
opere future (Madame Bovary, Salambò, Le tentazioni di Sant’Antonio,
Bouvard e Pecuchet ecc.). Il tema tardo romantico, tanto caro a
Flaubert, della dolorosa illusione dell’amore, del fallimento,
dell’inadeguatezza e dell’isolamento dell’individuo, la sua ricerca di
uno stile che riuscisse a conciliare l’arte e la realtà, trovano in
“Novembre” la sua migliore evidenza. Proprio da questo racconto il
regista Luchino Visconti per molto tempo pensò di trarre la
sceneggiatura del suo primo film. Il ricordo e la deriva onirica dei
protagonisti esprimono una forza ed una passione che si fanno attuali e
presenti, perché tutti forse abbiamo un po’ dimenticato quanto forte
possa scorrere il nostro sangue quando è giovane preda della passione
ardente, del sesso che si fa fuoco, dei corpi che si avvinghiano. La
messa in scena, delicata e silenziosa, emoziona e scalda l’animo dello
spettatore che assiste ad un viaggio continuo fra antiche memorie e
giovanili illusioni, fra istintivi, esaltanti vigori e precoci,
avvilenti dolori. Il fraseggio, quasi sussurrato ma non per questo
meno penetrante, è reso più incantevole dall’accompagnamento musicale
da parte di alcuni dei più bei notturni e preludi di Chopin, che guarda
caso si chiamava Frederic, proprio come il protagonista de
“L’educazione sentimentale” dello stesso Flaubert. La singolare
struttura del Teatro-Salotto Stanze Segrete rende l’affresco finale
ancora più affascinante: i veli, le luci e i colori sono parte
integrante sia della scena che della rappresentazione diventando
efficace strumento di una comunicazione intima davvero realistica,
merito di una regia attenta e d’effetto firmata dallo stesso Coltorti e
delle scene di Fabiana De Marco. Bravissimi gli attori: Ennio
Coltorti accompagna con mano sapiente una credibile e convincente
Cloris Brosca, molto credibile nei panni della seducente prostituta
Marie, nonché il giovane Vittorio Morigi che veste bene i panni del
giovane Flaubert. Un’altra nota positiva i bellissimi costumi di
Annalisa Di Piero. Il teatro Stanze Segrete continua la sua
attività, ispirata come di consueto alla letteratura, con un’altra
produzione molto gradevole che riscontra l’interesse e la soddisfazione
del pubblico, segno che la cultura può ancora riuscire a sopravvivere
alla nullità della televisione e allo strapotere economico del cinema e
dei suoi effetti speciali. Assistere ad uno spettacolo come questo vuol
dire senz’altro volersi bene e voler bene al teatro. Ed oggi non c’è
nulla di più necessario.
 Trilussa e Pascarella: in scena Mario Scaccia
SERATA ROMANA “A spasso per Roma con Trilussa e alla scoperta dell’America con Cesare Pascarella”. Con Mario Scaccia e Edoardo Sala. Al pianoforte Alessandro Panatteri. Regia di Mario Scaccia. Di Paolo Vanacore
Gradevolissimo
spettacolo in scena al Teatro Rossini, rara occasione per ascoltare i
versi di Trilussa e Pascarella magistralmente interpretati da Mario
Scaccia e Edoardo Sala. Soltanto chi ha vissuto per davvero
l’atmosfera della Roma di inizio secolo scorso può essere in grado di
comunicare alla perfezione il fascino di quei tempi. Se a tutto questo
aggiungiamo che il testimone viene portato da uno dei più grandi attori
del teatro italiano e sacro custode della romanità quale è il nostro
Mario Scaccia, ci rendiamo conto che non si può assolutamente
rinunciare alla visione di uno spettacolo coinvolgente e ironico come
“Serata Romana”. Lo spettatore rimarrà sorpreso dalla disarmante
attualità della poesia di Trilussa quasi a ricordare e ricordarci
quanto sia virtuale il trascorrere del tempo: i mestieri, la piccola e
media borghesia, la satira politica, la parodia fra uomini e animali e
il sogno dell’amore. Tutto accade in un mondo di ministri, casalinghe,
filosofi, nobildonne, prostitute, servi e burattini. Certo, cambiano i
protagonisti, ma le similitudini sono impressionanti. Nonostante tutto,
comunque, mentre Roma resterà Roma, sempre e ovunque, Trilussa non
potrà mai essere eguagliato. Impossibile, infatti, trovare oggi un vero
poeta che tragga ispirazione dalle strade di Roma piuttosto che dai
libri, che preferisca le osterie ai circoli letterari, che non si
definisca né artista, né intellettuale. Soltanto la straordinaria
interpretazione di Scaccia, che tra l’altro ha conosciuto personalmente
Trilussa, poteva restituire al pubblico non solo i versi del poeta ma
anche l’uomo. Il secondo atto regala al pubblico un'altra perla:
“La scoperta de l’America” di Cesare Pascarella magistralmente
rappresentata dal bravissimo Edoardo Sala, altro profondo conoscitore
della poesia dialettale romana e non solo, presente sulla scena.
L’abilità di Sala consiste nel saper decantare per intero con trasporto
e competenza un vero e proprio poema epico di cinquanta sonetti nel
quale un gruppo di popolani, riuniti all’osteria, discutono le
avventure di Colombo e della scoperta del continente americano. Un
membro del gruppo racconta la storia agli amici arricchendo il narrare
con commenti coloriti e audaci osservazioni. Nella fantasia del
narratore, che in realtà è quella del poeta, i fatti si svolgono come
in una fiaba in cui ci sono un eroe (Colombo) ed i cattivi (il re ed i
ministri). La genialità consiste nel fatto che tutti i personaggi della
storia parlano e si comportano come se essi stessi fossero romani. A
coronare una messa in scena elegante e raffinata contribuisce
l’impeccabile performance del pianista e compositore Alessandro
Panatteri, autore tra l’altro delle musiche originali del primo atto
che concorrono a rendere ancora più toccante l’esibizione di Scaccia,
nonché perfetto e virtuoso esecutore di una serie di brani di ragtime
(Scott Joplin, Tom Turpin) che dipingono con delicatezza e suggestione
proprio il clima musicale che si respirava in America ai tempi di
Pascarella. Da non perdere.
  "The Andersen Project", Lepage all'Auditorium di Alice Calabresi
Robert
Lepage con il suo spettacolo The Andersen Project, di cui è autore,
attore e regista presentato all’Auditorium il 27-28-29 ottobre
all’interno del RomaeuropaFestival, ha stravolto e ammaliato il
pubblico con due ore di sapiente fusione del teatro con altre arti:
cinema, musica, grafica, effetti speciali. Difficile poterlo
ricondurre a qualcosa o qualcuno di già visto, data la sua
singolarissima sensibilità. Abile trasformista, è sempre lui in scena a
interpretare tutti i personaggi. E’ il protagonista, Frederic Lapointe,
suo inconfondibile alter ego, un canadese arrivato in Francia, perché
l’Unione europea gli commissiona un libretto d’opera per ragazzi su La
driade, tarda opera del favolista Hans Christian Andersen. L’attore
interpreta anche il direttore del Teatro dell’Opera di Parigi, un
burocrate, più dedito agli affari che all’arte, un addetto alle pulizie
di un “peep shop” con la passione dei graffiti, lo stesso Hans
Christian Andersen. I personaggi che non incarna ce li evoca in modo
quasi tangibile con una naturalezza disarmante, unita a un sofisticato
uso della tecnologia. L’autore in scena trae spunto da La driade e
L’Ombra, due favole della maturità di Andersen, poco conosciute, perché
rivolte agli adulti. The Andersen project era realmente stato
commissionato a Lepage per il bicentenario della nascita del famoso
favolista. Inizialmente Lepage non era interessato, ma andando più a
fondo nella conoscenza di Andersen, ha scoperto un lato oscuro molto
interessante, una vita malinconica e una curiosa biografia in cui
appare che l’autore era vergine con una sessualità dedita unicamente
all’onanismo. Elemento da cui Lepage decide di partire per raccontare
la sua storia. Crea un gioco di rimandi, immedesimandosi sia con il
protagonista che con Andersen con cui condivide un’infanzia triste poi
sublimata dall’arte, anche se riconosciuta con fatica. L’autore e
regista rovescia i concetti assodati di realtà, rimette tutto in gioco,
smaschera le ipocrisie, la doppiezza, la falsità, la vigliaccheria, un
perbenismo da cui nessun ambiente è esente. Cerca la verità, indaga
l’uomo con profondità e senza falsi pudori. Fa ironia su tutto il mondo
dello spettacolo e su quello dei finanziamenti europei, anche sulla
città di Parigi, vista da un’insolita prospettiva come quella
d’oltreoceano. Sottolinea con grande finezza i vizi, le assurdità, le
contraddizioni del mondo contemporaneo, attraverso una straordinaria
regia. L’autore con il suo linguaggio semplice e diretto sa far
amare il teatro anche a chi non va a teatro; lo rende un linguaggio
facilmente fruibile, mischiandolo con altre arti, fondendo “l’alto” col
“basso”, mettendo in discussione gli stessi concetti di categoria o
classe, anche all’interno dell’arte.
.
 Torna a Roma "Camurria" di Gaspare Balsamo di Alice Calabresi
Caldo. Mercoledì. Sono all’Angelo Mai. Nella cornice un po’ cadente e suggestiva del teatro, il 28 giugno assisto a Camurria, un lavoro scritto, diretto e interpretato da Gaspare Balsamo. Spettacolo forte, denso, che riporta agli elementi ancestrali e catartici del teatro: il senso del sacro e del rito fusi con il ritmo, la danza e la musica. Gaspare Balsamo, siciliano, 31 anni, sa dimostrare il suo talento di attore con una fortissima corporeità e ben fonde la drammaturgia con la regia e la musica. L’attore coinvolge immediatamente prima danzando poi recitando ispirato un’orazione e così procede sul filo della memoria, partendo dai racconti del nonno, appassionato del teatro dei pupi siciliani. Ricostruisce ciò che era la Sicilia tra le due guerre, la povertà, la gente, quello che era un “popolo ri “contadini e piscatura”. Gente umile che amava il teatrino dei pupi, capace di appassionare profondamente tutto un paese, dove si narravano le vicende dei paladini di Carlo Magno: Orlando e Rinaldo contro i Saraceni. Buio in scena, solo un riflettore che illumina una sedia da dove Gaspare Balsamo si alza e comincia il suo racconto con la danza, mostrando una scioltezza, una naturalezza, una gioiosa e giocosa capacità corporea e narrativa. Le parole e i gesti fluiscono, nascono spontanei, il protagonista stesso si trasforma, afferra una spada e comincia a combattere, diventa Orlando, Rinaldo. Il racconto è ritmato, tutt’uno con la danza e la musica. Musicisti che non solo accompagnano, ma diventano attori. Alessandro Severa alla fisarmonica e organetto e Gianluca Bacconi che varia abilmente tra percussioni, didgeridoo, dumbek, dayne e tamburello. La musica, tranne rari momenti, è sempre forte, accompagna la parola, a volte anche coprendola, quasi mischiandosi in una miscela non più riconoscibile. Gaspare Balsamo ha tratto buoni strumenti e ispirazione da bravi attori che fanno “i teatri” in Italia, da Marco Baliani, Davide Enia, Emma Dante a Mimmo Cuticchio. Ma ha creato un suo stile personale, delle sue originali improvvisazioni. C’è nel suo essere attore, una presenza forte, l’importanza del gesto, le avanguardie che condensa, interiorizza e valorizza su di sé. Balsamo ricompone ciò che c’è di più primitivo nel teatro e che si è andato perdendo nelle “sofisticatezze” del teatro borghese; ma che, a partire dalle avanguardie del ‘900, ha ricominciato a vivere e che è sempre sopravvissuto a livello popolare, il sostrato dove nasce il teatro dell’opera dei pupi e il “cunto”. Ha catturato e tenuto incollato il pubblico, accaldato da una serata estiva che si è rivestita per un’ora di una poesia antica e spesso oscurata. Ha riportato alla memoria qualcosa di grande valore: uno spaccato di umanità vera, semplice, una cultura profonda, un senso forte di appartenenza. Ci ha permesso di riassaporare l’odore intenso della terra e della sua storia. Come dice l’attore stesso: “E’ utile e interessante far rivivere attraverso lo sguardo della mente la parte epica e mitica di questo mondo popolato da gente che non c’è più. Muoversi tra l’oralità e la scrittura. Una memoria che non è un percorso lineare e continuo, ma anzi un viaggio contorto, smemorato e fantasioso che rimette in gioco un modo di fare teatro moderno quanto antico. Ma il tutto calato qui, ora ed in noi, noi che lo facciamo e lo viviamo questo spettacolo”.
   Incontri,film,una mostra:ricordando Mario Soldati di Mauro Orrico
Il festival del cinema di Roma ricorda attraverso una serie di eventi, uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano, Mario Soldati, in occasione del centenario della sua nascita. A lungo considerato autore minore, Soldati è stato un artista della parola e dell’immagine: scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista, insegnante, melomane, enogastronomo, ha raccontato con sguardo poetico ed incisivo l’Italia del Ventesimo secolo, con le sue bellezze e i suoi miseri splendori. Soldati ha coniugato attraverso le sue opere, letteratura e nuovi linguaggi artistici. Nato a Torino il 16 novembre 1906, dopo la laurea in lettere e una specializzazione in storia dell’arte, pubblica nel 1924 la commedia Pilato. Il suo esordio in letteratura è invece del 1929 con il suo primo libro di racconti, Salmace. Inizia a lavorare nel cinema nel 1931, dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti. Dalla collaborazione con Mario Camerini, la stesura di numerose sceneggiature. La prima regia, nel 1938, è La principessa Tarakanova. Tra i suoi numerosi film meritano citazione le trasposizioni da celebri romanzi come quelli di Antonio Fogazzaro, autore per il quale Soldati mostra una particolare predilezione. Dirige così Piccolo mondo antico (1941), Malombra (1942), Daniele Cortis (1946). Fuga in Francia (1948), La provinciale (1952), dal romanzo di Alberto Moravia e Policarpo, ufficiale di scrittura (1958), sono solitamente considerate le sue opere più interessanti. Nel 1959 abbandona la regia cinematografica e inizia a scrivere per la televisione: sue le indimenticate inchieste Viaggio nella valle del Po (1957) e Chi legge? Viaggio lungo il Tirreno (1960). Ritorna al cinema nel ’90, per dirigere un corto con cui racconta la sua città natale. L’opera di Soldati è lo specchio di uno spirito eclettico, quanto coraggioso, capace di dar vita a lavori marginali, come a grandi affreschi di un secolo che lo ha visto, a torto, figurare, secondo la critica ufficiale, tra gli autori di secondo piano. Ricco il programma degli eventi dedicati dalla Festa del cinema di Roma all’artista torinese. Mario
Soldati, un letterato al cinema è il titolo della retrospettiva
completa della sua produzione cinematografica, curata dal Centro
Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale e ospitata dal Cinema
Trevi: dal 13 al 21 ottobre saranno proiettati tutti i suoi film. Al
termine di ogni proiezione saranno proposti, grazie alla collaborazione
con le Teche Rai, programmi televisivi ai quali ha collaborato Soldati La
Casa delle Letterature di Roma è invece il cuore delle celebrazioni
soldatiane con una serie di incontri e, nei locali restaurati di piazza
dell’Orologio, la mostra Mario Soldati un autore controtempo, in cui
viene ricostruito lo “studio -Soldati”, con la sua macchina da
scrivere, i libri, le fotografie, i ricordi. Alla realizzazione degli
eventi collabora Gush quartiere creativo.
"Tra le nuvole":al via la stagione del Teatro Verde di Paolo Vanacore
Con lo spettacolo “Tra le Nuvole” ha preso il
via la ventesima stagione del Teatro Verde di Roma, la più autorevole
organizzazione della capitale che si occupa di teatro per ragazzi, una
piacevole e intelligente realtà nel complicato panorama del tempo
libero per bambini. Il testo di Marco Renzi, splendido per
sensibilità e senso civico, racconta la storia dell’amicizia fra un
uomo ed una cicogna che nasce, appunto, tra le nuvole nello spazio
intermedio tra la terra e la luna in attesa del più grande trasloco che
si sia mai verificato, quello dell’intera umanità, causato dal grave
inquinamento in cui irreparabilmente versa il nostro pianeta. Le
giornate sulle piattaforme sospese nel cielo a volte sono rese
movimentate dal turbinoso passaggio degli aerei anche se in realtà gli
uomini sembrano ormai abituati a vivere in questa sorta di limbo, nella
speranza che prima o poi arrivi una nuova casa, sulla luna. Non senza
aver compilato un modulo, però. Comunicare ai bambini dai 6-7 anni
ai 13 anni questi concetti e renderli visibili può essere
difficilissimo, ed è proprio per questo motivo che il risultato
prodotto dall’intera messa in scena è senza ombra di dubbio perfetto. Grazie
alla delicata regia di Giacomo Zito, l’intero spettacolo appare come
un’orchestra nella quale ogni strumento suona magnificamente la sua
parte: l’idea della scena magrittiana nella quale si muove l’archivista
all’interno della sua casa- piattaforma è magnifica perché rende alla
perfezione l’ambientazione un po’ ovattata che si (potrebbe) respirare
solo vivendo nel cielo; i burattini, alcuni appositamente creati come
Giorgio, il vicino di casa, sono perfettamente inseriti nello spazio
scenico tanto da apparire come veri personaggi-attori e non oggetti
animati; le musiche di Enrico Biciocchi sono puntuali e garbate, ed
esplodono nella gradevolissima filastrocca dell’elisir; i due attori
sono bravissimi, il surreale Marco Renzi possiede una grande mimica
facciale in grado di comunicare e divertire mentre il poliedrico ed
energico Andrea Calabretta (che è anche voce e anima di tutti i
burattini) restituisce alla messa in scena tutti gli elementi tipici
del teatro per ragazzi come la comicità ed il coinvolgimento del
pubblico che uniti ad una straordinaria e sapiente duttilità vocale gli
permette di dare vita a molteplici personaggi facendo credere a noi
tutti che sul palco si esibiscano contemporaneamente almeno altri
tre-quattro attori. La terra, comunque, è sempre la terra. La
cicogna ci ricorda che il nostro beneamato pianeta, seppur ferito, non
può e non deve morire. Sarà compito di ognuno di noi, a partire dai
bambini, non dimenticare l’unicità e la bellezza di questo nostro
immenso patrimonio. Il volo finale, seppur con motivazioni differenti,
è liberatorio e commovente per tutti: grandi e piccini. Perché la vita
è come un fiore ed i fiori esistono solo sulla terra.
“Serata d’autore” con Mihàly Kornis Incontro all' Accademia d'Ungheria con il drammaturgo ungherese di Paolo Vanacore
Stimolante ed ironico l’incontro con Mihàly Kornis, esponente di rilievo della letteratura contemporanea e della drammaturgia ungherese. Ha partecipato a tutte le fasi delle trasformazioni radicali della società ungherese, è stato ed è uno dei protagonisti della vita culturale del suo paese.Il suo primo pezzo teatrale “Halleluja” del 1981 è stato bloccato dalla censura e soltanto dopo varie procedure autorizzato per un solo spettacolo al mese e solo ed esclusivamente inorario notturno. Lo spettacolo, con i voti dei ritici teatrali, ha vinto numerosi premi di cui la maggior parte consegnati soltanto dopo il cambiamento del regime avvenuto nel 1989. Kornis ha pubblicato saggi, novelle, critiche, con i quali ha vinto i maggiori premi letterari ungheresi. Tutti i suoi spettacoli sono continuamente rappresentati nei teatri ungheresi più significativi. Le sue opere sono state tradotte in tedesco, inglese, in francese e hanno avuto un’ottima eco dalla critica estera. La serata si è aperta con la lettura di alcuni brani dell’opera teatrale “Condizione straordinaria, Cabaret contemporaneo” effettuata dai due attori Flavia De Berardinis e Giorgio Iabichella. Kornis vuole stupire e ci riesce con le sue parole blasfeme sempre sull’orlo dello stupore, del grido, dell’ansia. Le parole di questi monolghi vengono da fuori, dall’aldilà (“Ragazza morta di 15 anni” e “Voce nel purgatorio”), dalla strada (“La dò per riempire la giornata”), da tutte quelle persone che quotidianamente incontriamo senza renderci conto della loro reale condizione: forse vivono, esistono soltanto, magari respirano già morte (“Il signore dell’atrio, ovvero lo Zio Portinaio”). Kornis unisce lo spessore della conoscenza, da grande letterato colto, raffinato quale sa essere, con la vita rude, i toni duri, crudi che percorrono la mente umana dell’età moderna. Il discorso si fa molto interessante quando si analizza nello specifico il pensiero di Kornis riguardo la letteratura contemporanea mondiale che secondo lui sta affondando in un magma creato dalle sue stesse parole, una pseudo crescita insignificate e frammentaria. Le ragioni di questo declino, secondo Kornis, sono da ricercare nell’attuale mancanza di una coscienza europea e di personalità di calibro quali Dostoyevsky, Kirkegaard, Nietsche, Kafka, che siano in grado di sostenerla. La conferma di queste affermazioni viene dal fatto che oggi la gente ritiene che semplicemente scrivendo qualcosa in modo corretto abbia dato un vero contributo alla letteratura mentre invece, a suo parere, scrivendo si sono semplicemente esternati i propri problemi. Perché oggi può scrivere chiunque abbia tempo a disposizione. Ma se chiunque può scrivere, allora nessuno può scrivere perché nessuno ha qualcosa da dire; perché scrivere bene, sotto alcuni aspetti, è semplicemente un modo per nascondere che non abbiamo nulla da dire. Kornis è uno degli ultimi grandi personaggi del teatro e della cultura letteraria europea e come tale riesce a rendere sensibili le parole e a dare spettacolo con i suoi significati.
   Sinuose: il corpo e l'arte di Patrizia Costa di Mauro Orrico
Patrizia
Costa è nata a Roma nel 1976. Ha vissuto i primi 10 anni a Modena, poi
in Calabria e a vent'anni si è trasferita nella capitale. Dopo gli studi di Liceo Scientifico, ha
conseguito ben tre diplomi: quello dell'Istituto d'arte, il diploma
dell'Accademia delle Belle Arti e quello dell'Accademia delle Arti
Ornamentali. Nel 2004 ha organizzato la collettiva di giovani
artiste, "Arte al femminile" ad Oppido Mamertino, in provincia di
Reggio Calabria. Una mostra in cui erano esposte anche le sue opere. Ha partecipato alle edizioni 2004 e 2005 di MarteLive, a Roma. Nel 2005, alcune sue opere sono state esposte nella
collettiva d'arte, organizzata in occasione di "Festa della musica", a
Campo Leone (Roma). Nell'aprile - maggio 2006, ha esposto all'Opera Cafè di Trastevere, a Roma, con una personale di pittura e fotografia. Sabato,
nel corso della serata "Amigdala- corpi vari generi diversi", al
Kollatino Underground, espone alcune sue opere sia pittoriche che
fotografiche. Il titolo della mostra è "Sinuose": un insieme di quadri
raffiguranti nudi prevalentemente maschili. L'artista Patrizia
Costa definisce così le sue opere: "La mia è una pittura molto
materica, dipingo per lo più ad olio ed amo le figure non astratte
perché credo che queste lascino troppo spazio all'immaginazione.
Attraverso i corpi, molto presenti nella mie opere, cerco di far
provare agli altri ciò che ho provato io". Di lei, la critica d'arte Micol Di Veroli ha scritto: "Patrizia
Costa, artista aperta a nuove ed eclettiche sperimentazioni s'insinua
silente nelle nostre case e come un sapiente pirata informatico
focalizza le nostre webcam sulla sua frequenza personale: il risultato
che ne consegue è "Webcam Delights", un'esposizione che analizza al
microscopio le fasi di una ricerca estetica sulla reiterazione
dell'immagine allo scopo di generare un realismo ottico e non
concettuale". Durante la serata, verrà anche proiettato il filmato
di Francesco "Vono" Petricca il quale architetta uno short video che
utilizza le immagini della mostra montate con piglio nevrotico e
compulsivo. "La scimia" di Emma Dante conquista il Vascello di Mauro Orrico
Emma Dante, dopo i successi ottenuti in tutta Italia con Medea e m'Palermu, porta in scena al Teatro Vascello fino al 22 gennaio, il suo ultimo lavoro, "La scimia". Lo spettacolo è liberamente ispirato a Le due zittelle di Tommaso Landolfi, in cui la doppia T attribuisce un chiaro significato di silenzio, adattamento e solitudine insito nell'essenza dei personaggi tragicomicamente disegnati dall'autore. Presentato a Venezia, Biennale Teatro, in cui ha riscosso un notevole apprezzamento di pubblico e critica, la nuova fatica della giovane e talentuosa come pochi, oggi, regista siciliana, pone al centro della scena il dramma di un'inquietudine celata da tragici misticismi e da una crudele solitudine che punisce, deturpa, annienta. Ed ecco che il sipario si alza e va in scena quel mondo che Landolfi definiva "muffoso", di finestre inchiodate, mura invalicabili dietro cui si cela una sessualità punita, claustrofobica, peccaminosa. Il lutto perenne diviene pane quotidiano, un respiro tumultuoso e castrato, dinanzi a cui è bandita la vita con tutti i suoi odori. E' la storia di Lilla e Nena, chiuse nella loro maniacale religiosità e tutto il mondo, fuori, è incarnato unicamente dalle figure dei due preti. Una grande forza emotiva e figurativa tasforma i corpi e i corpi stessi si dimenano e si agitano, come protagonisti di una folle danza. Si incarnano in questo mondo oscuro nella lotta eterna tra coscenza e istinto, tra la fede e le pulsioni che, represse, divorano come un fuoco le anime dei mortali. Questo scenario di cupo misticismo che richiama le opere di El Greco viene violentemente dissacrato dalla presenza della scimmia Tombo, un regalo del fratello delle due zitelle, che vive nella loro casa e di notte scappa e trova rifugio nella chiesa vicina dove dice messa e mangia le ostie. La regista scrive: "Lilla e Nena si sono imposte una vita di penitenza e preghiera. Mangiano l´ostia ogni giorno, si lavano con l´acqua benedetta e fanno dir messa ogni volta che albeggia. Ma non perdonano il loro animale. Ha peccato e deve morire..." La grande forza iconoclasta della scimmia, interpretata con enorme plasticità nella sua nudità totale da Gaetano Bruno, costituisce il centro emozionale e altamente visionario dello spettacolo. La scimmia è il peccato, l'istinto, le pulsioni che vivono dentro ognuno di noi e che le due donne rifiutano, reprimono, ma che continuano a vivere e scalpitano, segretamente e drammaticamente, nel profondo delle loro anime. La scimmia è anche il mistero, ciò che, sconosciuto, condanniamo alla croce. E' la precarietà dell'esistenza, ciò che sfugge all'alienante ossessione per l'autoconservazione. Emma Dante porta in scena una femminilità scaduta, mummificata, in una prova più che convincente, anche grazie all'adattamento drammaturgico del romanzo di Landolfi, ad opera della scrittrice Elena Stancanelli. Su tutto, emerge l'idea del silenzio come 'motore di vita' nel lavoro della regista siciliana. Lo spettacolo, intelligentemente provocatorio e amaramente dissacrante, pone in luce una critica latente nei confronti del materialismo perbenista della fede e di una religiosità che potremmo definire controriformista. La stessa lotta tra i due preti, interpretati da Sabino Civilleri e da Marco Fubini, è una disputa crudele sulla sacralità punitiva, sigillata in un mondo privo di passioni e senza vita. Interpreti delle due donne sono Manuela Lo Sicco e Valentina Picello. "La scimia" è una produzione CRT, Teatro dell'Arte di Milano, ed è portato in scena, nei migliori teatri di ricerca d'Italia e non solo, dalla Compagnia Sud Costa Occidentale.
Invia la tua recensione su spettacoli e mostre che hai visto a Roma e provincia. per inviare la tua recensione scrivi a: info@romateatro.com.
|
|